i racconti di viaggio di

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PERU’ – Agosto 1985

Non sono un bravo scrittore, per raccontare certe emozioni bisogna avere il dono della scrittura che a me è stato negato, ma  per raccontare un viaggio bisogna aver preso appunti perché dopo poco tempo, a me succede così, si dimenticano tanti dettagli.
Il mio primo "grande" viaggio l’ho fatto in Perù e mi ricordo ancora abbastanza bene alcuni episodi e ho pure conservato mappe e appunti. Ho riletto solo una volta il testo perché ogni volta mi vien voglia di cambiare qualcosa e poi alla fine mi viene da cancellare tutto.

Comincio con un l’episodio più avventuroso, successo nella selva amazzonica nei primi giorni del viaggio.

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In aereo da Lima siamo arrivati a Puerto Maldonado, che si trova nella Selva alla confluenza del Rio Tambopata col Rio Madre de Dios, un affluente del Rio delle Amazzoni, vicino ai confini sia con la Bolivia sia con il Brasile. Questa zona ebbe una crescita notevole nel secolo scorso quando Carlos Fermin Fitzcarrald iniziò lo sfruttamento del caucciù, portando da queste parti avventurieri, poveracci e gente di tutti i generi che crearono non pochi problemi agli indios della selva. Ancora adesso ci sono dei cercatori d’oro, che setacciano la sabbia del fiume per ricavare qualche pagliuzza con cui tirare a campare. Per fortuna la zona è parco nazionale protetto e da queste parti ci sono meno problemi ecologici di quelli che ci sono nella corrispondente area brasiliana.
Impressionante è lo spettacolo visto dall’aereo quando si attraversa la Cordigliera delle Ande. Nell’aereo la maggior parte dei passeggeri sono Indios che probabilmente ritornano a casa. Quello seduto di fianco a me ha in braccio un cesto di vimini in cui ci saranno un centinaio di uova, di cui parecchi senz’altro rotti perché si vede un filo giallo che cola sulla moquette dell’aereo.
Quando l’aereo inizia a scendere si comincia a capire cosa sia la Selva Amazzonica: un enorme distesa verde segnata da tantissimi solchi dei fiumi che l’attraversano con anse incredibili, che poi si uniscono come tante vene in un corpo.
Cerco di capire dove sia l’aeroporto perché non si vede nessun centro abitato, solo all’ultimo momento quando ormai mancano pochi metri dal suolo mi accorgo che è una pista in terra battuta, trattengo il fiato finchè l’aereo non è fermo davanti ad una baracca di legno che presumo sia la torre di controllo, la sala partenze e arrivi e tutto quello che può esserci in un aeroporto.
La nostra guida ci aspetta con un pullmino che non è altro che un camioncino trasformato in bus ma con bellissime decorazioni che lo rendono "unico".

le Ande vista dall'aereo il bus

Raggiungiamo il centro di Puerto Maldonado e dopo un piccolo spuntino in un "ristorante" decidiamo di fare un giro in un mercato vicino. Riconosco su un banco dei mucchi di foglie di coca e decido di prenderne un po’ per fare la sera un coca-party. Non so i costi e ne chiedo per cinque dollari usa, probabilmente ho esagerato, ma il pacco di soles peruviani è rimasto nella borsa a tracolla e non ho voglia di aprirla. Me ne danno due borse tipo le nostre da supermarket piene! Chiedo anche le palline di cenere che servono come reagente e mi faccio regalare dei sacchetti di carta vuoti per fare dei pacchetti regalo. Non pensate che sia un cocainomane, ho tanti vizi ma non questo per fortuna, ma un amico mi ha consigliato di prenderne un po’ da utilizzare quando faremo tra qualche giorno la zona andina per vincere i disagi dell’altezza. Siamo un gruppo di dodici, tra cui un prete e un dentista mio omonimo che è in viaggio con la moglie pediatra e il figlio neolaureato pure lui in medicina, due amici di Milano, due amiche di Laura, e altri miei amici e conosco tutti abbastanza bene da sapere che stasera mi farò delle belle risate. Un gruppetto eterogeneo, itinerario fatto con l’amico di un’agenzia di viaggi e organizzazione per gli spostamenti in Perù supportati da un’agenzia di Lima il cui proprietario è figlio di emigranti italiani dal Friuli.

La nostra guida ci chiama e dice che è ora che andiamo al fiume ad imbarcarci. Il porto sul fiume è un andirivieni di gente che carica e scarica mercanzie, cesti di frutta – soprattutto banane, sembra di essere in un  romanzo di fine secolo, personaggi di tutti i generi, gente che vende di tutto e che vuol comprare di tutto.
Ci avviciniamo ad una specie di pontile, appoggiamo i bagagli e chiediamo quando arriva la barca. Sorpresa, le barca c’è già, è una specie di piroga lunga e stretta, con una specie di tettuccio e un piccolo motore fuoribordo. Non ce lo aspettavamo, sembra appena più grande di una piroga, ma ormai è fatta e saliamo.

Cerchiamo di bilanciare i pesi e di mettere tra i piedi al sicuro i pochi bagagli che abbiamo con noi. La barca sembra quasi stia per affondare ma poco dopo la partenza un altro disagio ci assorbe tutti i pensieri, nel mezzo del fiume c’è una foschia che sembra quasi la nebbia della pianura padana ed entra nelle ossa fino al midollo.

La prima cosa che penso sono le maledizioni verso l’amico che ci aveva detto di non portare troppi vestiti, perché anche se in questo periodo in Perù è inverno, in selva non fa mai freddo, (che ci fossero già le bamboline e gli spilloni di IHV?), poi Laura (mia moglie) comincia a dare evidenti segni di nervosismo perché patisce il freddo in una maniera assurda (sarà che è astemia?) allora mi tolgo la kway e come il mantello di san martino glielo cedo. Intanto la barca con il suo "pet-pet" – rumore del motorino- che sarà stato 20 o al massimo 25 hp, procede lentamente sul fiume che ha un colore marrone poco rassicurante.

il colore del fiume

Ci rassicuriamo ancora meno quando qualcuno chiede se ci sono i piranha e la risposta è affermativa, "ci sono anche i coccodrilli". La guida ci dice che ci vuole circa un’ora per  raggiungere il lodge dove staremo un paio di giorni. A Laura intanto pare che la kway non faccia niente, allora decido di sacrificarmi, perché intanto ho freddo anch’io e penso che almeno uno di noi non si deve ammalare e le passo anche il maglioncino, ma forse è una scusa per togliere dallo zaino la bottiglietta di cognac che mi porto sempre per ogni evenienza. Dopo due belle sorsate di cognac chiedo al motorista della barca se si può fumare e lui mi dice "sì, se fumo anch’io.". Mi è passato il freddo e sto benissimo e sarò l’unico di tutto il gruppo che nei prossimi giorni non soffrirà di raffreddore.
Finalmente arriviamo al lodge che raggiungiamo arrancando su per una scarpata fangosa scoscesa, ma graditissima sorpresa, ci aspetta un brindisi di benvenuto con del pisco sour. Naturalmente mi bevo anche i bicchieri degli astemi.
Il lodge è costruito nel pieno rispetto della natura, non c’è elettricità, solo un piccolo generatore serve per pompare acqua dal fiume per riempire i serbatoi e per la cella frigorifera ci sono pannelli fotovoltaici. E’ tutto su palafitta, per il problema degli insetti e credo anche dei serpenti ed è fatto da un’unità centrale con la sala da pranzo e una sala lettura mentre le camere si trovano in capanne di legno col tetto in foglie di palma, uguali a quelle degli indios amazzonici, costruite in una radura in mezzo agli alberi.

Il buio arriva all’improvviso e dobbiamo accendere le lampade a petrolio per vedere qualcosa. Una bellissima sorpresa la cena, cucina india. La carne è cotta in tubi di bambù sigillati con foglie di banano che sono accostati in piedi vicino al fuoco. Cottura dietetica, al vapore, senza grassi. Un’abbondanza di frutta tropicale disposta artisticamente sui vassoi dà l’idea di essere nel miglior ristorante che possa esistere. Nel dopo cena regalo a tutti gli amici un sacchetto con le foglie di coca che alcuni iniziano subito a masticare, così, per il gusto della trasgressione o per la curiosità.

la nostra capanna

Ne mastico un paio anch’io,  naturalmente grattando un po’ della cenere che fa da reagente. L’effetto all’inizio non è piacevole, il gusto in bocca è di un amaro strano, peggio della cicoria, accompagnato da un sentore che ricorda la pipì. ma subito subentra un pizzicore e un effetto in bocca simile a quello dell’anestesia del dentista. Dopo qualche minuto si nota un aumento del battito cardiaco e una sensazione di benessere che non fa sentire la stanchezza della giornata. Notare che due o tre foglie contengono pochi  milligrammi di sostanza attiva. Purtroppo da queste parti è utilizzata dalla popolazione principalmente per non sentire la stanchezza del lavoro e la fame e non per un’esperienza un po’ da turisti snob come  stiamo facendo noi. Naturalmente gli altri che non hanno usato il reagente sono completamente delusi, "perché, cosa vi aspettavate?" dico loro. Provano a fumarle, a metterle con del whisky, ma niente, nessun effetto. Uno più sveglio degli altri mi guarda bene e mi dice: "Tu non la conti giusta, hai due occhietti strani, ci stai prendendo in giro?". Comincio a ridere sul fatto che dei laureati in medicina non sappiano che per estrarre il principio attivo serve un reagente, faccio battute tipo "ti ho fatto studiare fino a venticinqueanni per niente." ecc.ecc. Poi gli passo una pallina di cenere e gli dico di provare. Risultato, nessuno ha più voglia di andare a dormire, solo il prete che non ha voluto masticare se ne va a letto, e salta fuori non so da dove una chitarra e ci mettiamo a cantare. Dopo un attimo dalla foresta comincia ad arrivare gente, sono indios di un villaggio vicino che si mettono a cantare con noi "Suzanna" usando come percussioni delle tolle che erano in cucina. Qualcuno si ricorda che è il 10 agosto e stanotte è la notte di San Lorenzo ed allora, finita l’euforia della musica  e probabilmente passato anche l’effetto eccitante della coca, decidiamo di spegnere le poche lampade a petrolio, usciamo sulla piattaforma di legno a mo’ di terrazzo e ci sdraiamo tutti a naso in su a vedere le stelle. E’ la prima volta in vita mia che vedo il cielo dell’emisfero australe. Chi sa di cosa parlo può capire le sensazioni che si provano. E’ indescrivibile, non c’è un pezzetto di cielo in cui non ci sia una stella, una cosa incredibile. Cerchiamo di scoprire le costellazioni, di trovare la croce del sud, vediamo anche qualche stella cadente. Praticamente è quasi l’alba quando decidiamo di fare un sonnellino perché abbiamo da fare una bella camminata il giorno seguente.
Non riesco a prendere subito sonno, ho in me un’agitazione dovuta probabilmente alle troppe emozioni. Comincio però a rendermi conto che non sto sognando, è tutto vero, anche lo scaraffone enorme che ho appena puntato con la pila perché sentivo qualcosa su una gamba.
Al mattino, sarà per il fuso orario, per le poche ore di sonno, per il raffreddore che hanno quasi tutti, ma  decidiamo all’unanimità di rimandare al giorno successivo il trekking al lago Sandoval e di fare invece il mattino un giro naturalistico nella foresta.

Partiamo in fila indiana, un indio simpaticissimo con un nome strano, Apollinario, davanti a tutti, si fa strada col machete e una ragazza che era al lodge chiude la fila. Per me è la prima esperienza in una foresta tropicale e mi appassionano  tantissimo le spiegazioni che ci dà la ragazza, che scopro essere un’esperta di botanica che è in zona per degli studi. Sono tantissime le piante che da noi sono usate a scopo ornamentale che nel sottobosco (o sottoforesta) crescono di dimensioni ben  diverse, scopro che la cosiddetta noce del brasile che si trova da noi soprattutto nei cesti natalizi non è nient’altro che uno dei semini contenuti in un’enorme noce (grande più o meno come una noce di cocco), ma quello più interessante è che ogni albero, ogni piantina, dagli indios è utilizzata per qualcosa, ci sono piante usate come medicine, ci sono quelle da cui ricavano i colori per i tatuaggi, quelle per i veleni delle cerbottane, quelle di cui mangiano le radici, i semi, le foglie, i germogli, i frutti, quelle che usano per costruire le capanne che hanno un legno che resiste alle termiti, legni con essenze  che usano per scacciare gli insetti, insomma utilizzano proprio tutto.

Apollinario

Un consiglio, se vi capitasse di maneggiare  la linfa della pianta che usano per i tatuaggi, state attenti, io ho avuto il palmo della mano blu per parecchi mesi, non va via con niente, solo con la carta abrasiva…
Intanto ci addentriamo sempre di più nella foresta che dopo un po’ da una sensazione abbastanza opprimente anche a chi come me è abituato fin da piccolo ad andare nei boschi italiani. Innanzi tutto l’umidità è spaventosa, non c’è un solo filo di aria, la luce filtra a malapena dalle cime altissime degli alberi più grossi e il groviglio di liane e di piante in certi punti sembra che ti voglia intrappolare; a questo aggiungete il rumore prodotto (è strano da descrivere, perché è assordante ma allo stesso tempo è come se fosse ovattato) da insetti di tutti i generi, dagli uccelli, ogni tanto si sente anche qualche grido più strano e Apollinario mi dice che sono scimmie. Faccio qualche stupidata, tipo attaccarmi ad una liana per fare Tarzan, l’indio mi guarda ridendo e dopo un attimo mi arriva in testa tutta la liana e un nido di non so che, salto peggio di una scimmia e incontro subito lo sguardo di Laura a cui leggo subito nel pensiero: "Sei il solito defic..". Intanto una nostra amica trova un nido di simili del presidente (e mio concittadino) della mia regione e chiama l’altra amica con uno di questi animaletti laboriosi in mano dicendo: "Hai visto che formigoni ci sono qui ?". La guida le butta via subito l’insetto dicendo "Attenta, è pericoloso, pica forte!". Come faceva a  saperlo? Era forse una veggente? In quei tempi l’insettone era ancora ciellino e si vantava di essere vergine! Mah, come è piccolo il mondo! Cominciamo a ridere per l’episodio della  formicona (non mi ricordo di che sesso fosse) e ci fermiamo in un piccolo spiazzo per prendere fiato, si fa per dire, beviamo un po’ perché abbiamo sudato parecchio e mi fermo con Mario, il nostro amico di Milano, a fumare una meritata sigaretta. Mi tolgo lo zainetto, prendo due sigarette dal pacchetto, l’accendo a Mario, accendo la mia, tiriamo una serie di boccate da crisi di astinenza, non faccio a tempo a dire a Mario "ci voleva proprio una bella fumata"  che mi rendo conto di essere rimasto da solo con lui.
Comincio a chiamare per nome gli altri, ma la voce sembra non passi attraverso la vegetazione, cerco di sentire se si sentono le voci, niente. Dico a Mario di stare fermo dov’è, provo a rincorrere gli altri. Ma è dura, dalla piccola radura partono almeno quattro tracce diverse che sembrano dei sentieri, ma è impossibile capire dove sono passati gli altri. Ne imbocco uno di corsa per qualche metro, non c’è nessuno. Così gli altri due, cercando in qualche modo una traccia del passaggio del gruppo. NIENTE. Torno da Mario che mi sembra leggermente agitato, riprendo fiato, sto zitto ancora per un po’, poi  lo guardo negli occhi e gli dico "Mario, ci siamo persi! Cazzo!".

Cerchiamo di restare calmi, gli dico "Beh, si accorgeranno e tornerà indietro qualcuno, no ? Aspettiamo tranquilli". Invece i minuti passano e non arriva nessuno. Mario non parla più e mi sembra particolarmente agitato, allora prendo una decisione. "Mario, era poco di più di un’ora che eravamo in foresta comprese le soste per le "lezioni" di botanica, secondo me ci conviene tentare di tornare indietro, almeno abbiamo dei riferimenti" – "Ok, decidi tu, sei tu il montanaro!". Allora decido di utilizzare questa tecnica, Mario sta fermo sul posto, io cerco di trovare il percorso da cui siamo arrivati, ma cercando di tenerci in contatto almeno vocale. Io ho il mio inseparabile coltellino svizzero e con quello faccio dei segni sulle piante o incido delle foglie dove sembra ci siano degli incroci, per poter riconoscere il pezzo di strada fatto. Così ritrovo il formicaio, la liana che mi era crollata addosso, e man mano torniamo indietro ritrovando i riferimenti finché dopo nemmeno tre quarti d’ora sbuchiamo nello spiazzo dove ci sono le capanne del lodge. Andiamo all’edificio principale ma non c’è nessuno. Allora decidiamo di aspettare sdraiati sulle amache e ci fumiamo una sigaretta come dio comanda. Dopo circa mezzora dalla foresta spunta di corsa Apollinario a salti, tutto sudato e ansimante e quando ci vede ci corre incontro e non capiamo se ride o piange, comunque è contento, ci abbraccia, dice delle frasi a contenuto religioso che non ho mai capito se fossero imprecazioni o ringraziamenti, e riparte di corsa inoltrandosi di nuovo nella foresta. Dopo un pò di tempo sbucano di nuovo lui e tutti gli altri. Lasciando perdere le reazioni emotive delle nostre mogli, che pare si fossero preoccupate, cerchiamo di capire come sia potuto succedere. La spiegazione è semplice, gli dico io, mancava la persona che chiudeva il gruppo. Quando loro si sono accorti che non c’eravamo non hanno pensato di ritornare sulla strada fatta, ma hanno cominciato a cercarci a zig zag nella foresta pensando che ci fossimo spostati noi dal sentiero che ci apriva Apollinario. Alla fine qualcuno ha consigliato di provare a tornare indietro, ma noi ormai eravamo sulla strada del ritorno. Bel casino!
E’ finito tutto bene e io e Mario decidiamo di offrire da bere per festeggiare. Pisco sour per tutti!
Facciamo anche un regalo ad Apollinario perché quello che si era spaventato più di tutti è stato lui e decidiamo la completa omertà sull’accaduto. Meglio che i proprietari del lodge non sappiano niente, potrebbero prendersela con Apollinario. Che intanto che noi beviamo il pisco taglia la cima di una particolare palma, la scorteccia e ci offre il "palmito" (mi sembra si dica così) che è stato il miglior "cuore di palma" che abbia mai provato.

piccola tarantola piccolo pappagallo

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