i viaggi di

NA

VAVA’U 1997 – La prima volta a Tonga 

E’ la nostra prima volta a Tonga, siamo arrivati da un paio di giorni nella capitale, Nuku’alofa, dove ci siamo già resi conto che la realtà è ben oltre tutte le nostre aspettative.
Stamattina sveglia all’alba, si parte per Vava’u.
Abbiamo preparato un paio di piccole borse perché per i voli interni ci hanno detto che al massimo si possono portare 10 kg. Saliamo su un piccolo bimotore ad elica che porta una ventina di passeggeri, unici “palani”, cioè bianchi, siamo un po’ “fuori stagione”. Adesso capiamo perché al check-in ci siamo dovuti pesare anche noi oltre i bagagli… in due dobbiamo bilanciare il peso di un tongano che, come la maggior parte della popolazione, è “enorme”, ma non è grasso, … è grande !



l’aereo

All’altezza dell’Arcipelago di Ha’apai lo spettacolo che si vede dai finestrini dell’aereo è uno dei più belli che abbia mai visto, da una parte il cono perfetto del vulcano Kao (quello dove ci fu l’ammutinamento del Bounty) e l’enorme lago nel cratere dell’altro  vulcano Tofua, dall’altra gli incredibili colori degli atolli e del reef. Avvicinandosi all’arcipelago di Vava’u si assiste ad un altro spettacolo di colori e mentre ci abbassiamo di quota l’isola principale  sembra un fiordo norvegese e l’aereo fa una larga virata e comincia ad abbassarsi proprio di fronte ad una altissima scogliera, speriamo non ci siano vuoti d’aria !
All’uscita dall’aeroporto l’autista ci fa notare il lunghissimo viale alberato che sembra una galleria e dice che sono Ficus Benjamin, non ci credo, sono enormi ! Si ferma, controllo, ha ragione lui ! Mai visti così grandi e così tanti… mi spiega che hanno più di trecento anni.
Dopo aver attraversato la città (se così si può chiamare…) e un passaggio in una laguna, arriviamo a destinazione.
Il “resort” è molto affollato, ci siamo noi ed una coppia di neozelandesi.
Passiamo una giornata “balneare” di relax e terminiamo la giornata con una cena al lume di candela in riva al mare. A letto presto, qui non ci sono discoteche e rumore, solo il mare e gli altri rumori della natura, anche quello dei maiali che scendono fino dentro l’acqua per mangiare molluschi.
Il mattino seguente ci accordiamo con un pescatore per un giro in barca dell’arcipelago. E’ un peccato non sia ancora la stagione del passaggio delle balene (da giugno a novembre), ma incontriamo parecchi delfini e i paesaggi sono stupendi. Ad un certo punto la barca si ferma, il pescatore ci indica qualcosa sul fondale di circa cinque metri, sono squali, con la pinna superiore bianca. La neozelandese  si butta subito con la telecamera e scende in apnea vicinissima ai pesci, lasciandoci tutti senza fiato. Nessuno parla finchè risale, mi invita a buttarmi con lei, non ricordo che scusa abbia trovato, ma non l’ho fatto. La giornata vola tra banchi di corallo di ogni colore, spiagge su isolotti disabitati, snorkelling tra pesci colorati e distese di gorgonie (non serve essere sub per vederle a differenza di altri posti), grotte marine in cui si entra con la barca e un ricordo che non ho ancora dimenticato… Mentre stavamo rientrando ci siamo fermati con la barca su una bella distesa di coralli, metto pinne e maschera e mi butto in acqua; preso ad osservare i colori e le forme stranissime del corallo e i pesci, non mi accorgo che sto nuotando verso riva ed a un certo punto mi rendo conto che ormai sono a pochi centimetri sopra il corallo, sto per fermarmi ma con l’ultima pinnata “strofino” la caviglia in qualcosa. Faccio dietro front e mi dirigo verso la barca e mentre sto nuotando tranquillamente vedo una nuvola scura che esce dal mio piede : è il sangue che esce dalla ferita. Ho un flash, vedo gli squali del mattino, mi ricordo alcuni documentari sugli squali attratti dal sangue e metto il “turbo” ! Probabilmente ho fatto un record mondiale ! Quelli della barca chissa cos’hanno pensato, ma l’unica che ha capito è la signora neozelandese che, da viaggiatrice incallita, è già pronta con l’infermeria e come risalgo mi pulisce e disinfetta ben bene la ferita. Una bella fasciatura stretta mi permette di fare ancora un po’ di snorkelling in un’altra laguna che chiamano “blue lagoon” (come in tanti altri posti in Polinesia), ora capisco perché.

Il mattino decidiamo di visitare un po’ l’isola, chiamiamo Matiu (Matteo, dall’inglese Mattew) il ragazzo del taxi dell’arrivo ma non può venire a prenderci prima delle 11, probabilmente ha qualche altro cliente. Allora ci incamminiamo per la stradina sterrata che dal resort va verso il vicino villaggio. Incontriamo contadini, bambini che ci salutano e sembra vogliano prenderci in giro talmente ridono, invece lo fanno perché hanno notato le mie gambette “rosa” a pois, grazie all’eritema che anche stavolta sono riuscito a prendere…
Ci sono delle signore che stanno lavorando la tapa e ci invitano ad entrare a vedere in una specie di capanna abbastanza grande e semiaperta, senza porte e finestre, costruita ancora con la forma tradizionale. Sembra quasi una catena di montaggio, ci sono donne che battono le cortecce, altre che intrecciano quelle già battute ed altre che stanno preparando i disegni con cui decoreranno le tapa finite, ho visto usare due metodi principali, uno con una specie di affumicatura e l’altro che assomiglia alla serigrafia; i disegni hanno tutti un significato e rappresentano stilizzazioni di storie, leggende, simboli augurali e tradizionali. Mentre ci avviciniamo al centro (?) del villaggio, ci rendiamo conto che il tenore di vita di questa gente è rimasto com’era ai tempi delle visite di James Cook, non ci sono case in muratura, solo fale (capanne) tradizionali e tutto intorno fiori, palme da cocco, manghi, banane, papaye, alberi del pane, piccoli appezzamenti coltivati a taro e kava e altri prodotti vegetali, persino pomodori e peperoncini. La gente ha pochissimo, ma tutti sembrano molto felici e sereni, e sono molto cordiali.
Arriviamo al centro, che è in pratica una chiesetta in miniatura, con un piccolo campanile che sembra più un minareto, tipico dell’architettura della chiesa Tongana, una variante della chiesa wesleyana fatta il secolo scorso per motivi esclusivamente economici… I Tongani sono molto religiosi, ma a modo loro, come in altri paesi hanno adattato le antiche usanze alle nuove forme portate dai bianchi. Non c’è nessuno, solo una ragazza in una piccola baracca che funziona da bar, ristorante, autogrill ecc. dove si trova di tutto, dalle sigarette alle bevande, frutta ed una specie di tramezzini di cui non riesco nemmeno ad immaginare il contenuto… Prendo un caschetto di banane piccole di cui sono golosissimo e che ci serviranno per la gita dell’isola ( e una birretta tanto per rinfrescare la gola, avrei bevuto un caffè, data l’ora, ma non ne hanno) . La ragazza del “bar” mi dice di tornare domani pomeriggio, perché è il venerdì santo e ci saranno delle cerimonie in chiesa, vedremo… Mi indica un piccolo sentiero che scende al mare e quando raggiungiamo la spiaggia mi accorgo che non siamo poi così distanti dalla nostra “capanna” sulla spiaggia… eh, l’orientamento !
Puntualissimo arriva il nostro autista, molto strano per un tongano, che stiano anche loro rovinandosi per il business ?
Passiamo circa quattro ore in giro per l’isola, con il nostro ormai amico Matiu che ci fa da “cicerone”, andiamo in un paio di punti panoramici nei punti più alti dell’isola, andiamo al suo villaggio, mangiamo ancora frutta, incontriamo dei marines americani che stanno costruendo un asilo insieme a dei volontari di un “Peace Corp” americano, visitiamo piantagioni di kava e di vaniglia, quelle più importanti per la povera economia dell’arcipelago,insieme al nuovo business delle zucche per il Giappone. Ci fermiamo in una bella spiaggia, quelle classiche da cartolina, qui sono tutte così, per riposarci un po’ e ci mettiamo d’accordo con Matiu per passare a prenderci più tardi.


vaniglia

Stavolta non è puntuale come il mattino e dopo quasi un’ora di ritardo cominciamo a preoccuparci, siamo abbastanza distanti da qualsiasi abitazione e non abbiamo una pila che potrebbe servire visto che comincia ad imbrunire. Decidiamo di incamminarci sul sentiero verso la strada per poi magari provare a fare autostop. Invece arrivati nello spiazzo dove il sentiero sbuca sulla strada c’è la macchina di Matiu con lui dentro che dorme !!! Lo sveglio e mi dice che era arrivato un po’ prima e dato che aveva mangiato parecchio, aveva pensato di farsi un pisolino, cominciamo tutti a ridere e ci facciamo portare nel centro di Neiafu, la capitale dell’arcipelago di Vava’u. Andiamo in un pub che sembra uno di quelli dei racconti di Stevenson, con personaggi che si vedono solo nei films, beviamo qualcosa insieme e poi decidiamo di rimanere per la cena. Salutiamo Matiu e cominciamo a sbirciare i pochi ristoranti che ci sono, alla fine decidiamo di andare in uno che sembra il più bello e con una terrazza sulla baia, sorpresa, è gestito da ragazzi italiani. Ci raccontano di loro, mangiamo, beviamo, alla fine ci facciamo un bel caffè espresso che ci mancava ormai da parecchi giorni.
Il venerdì decidiamo di fare ancora “relax”, mi stendo nell’amaca e passo tutta la mattina tranquillo a leggere ( mi rileggo con calma “Nei mari del sud” di Stevenson e le atmosfere e i paesaggi mi sembrano ora più conosciuti).
Dopo un breve spuntino (pesce alla griglia e bianco neozelandese, naturalmente) mi metto in poltrona e dopo un attimo mi addormento. Mentre sto sognando situazioni simili a quelle del libro appena letto sento un suono che assomiglia ad una campana stonata e dei canti. Penso sia il sogno invece mi sento chiamare, è L. che mi dice, sono le tre, probabilmente fanno qualcosa per il venerdì santo. Mi metto i vestiti e mi incammino sul sentiero-scorciatoia verso la chiesa.
Ma i canti non arrivano da lì, sono tutti in un prato dietro questa, seduti per terra in circolo. Mi siedo anch’io e ascolto per non so quanto tempo dei canti bellissimi, ricordano un po’ come “tecnica” i gospels ma sono molto più dolci e soprattutto, tipico dei canti polinesiani, hanno un sottofondo di malinconia e tristezza.
Riconosco tra i partecipanti la ragazza che ci “accomoda” la camera al mattino e il ragazzo del bar del resort.
Finita la cerimonia mi vedono e ritorno con loro a “casa”. Dico loro che hanno delle voci bellissime e mi invitano a tornare la domenica, “saranno ancora più belli, è Pasqua !”, ma purtroppo domani, sabato, abbiamo il volo per la capitale Nuku’alofa, peccato.
Mi faccio una nuotata con la maschera, vado al bar dove è arrivato il fratello della ragazza di prima a cui avevo chiesto se avevano qualcosa di artigianato e della kava. Non serve contrattare, anzi, ci sediamo e beviamo una birra perché mi racconti un po’ del suo lavoro di scultore. Un pezzo che ho preso è fatto con osso di balena, “Ma non è proibito ? “ gli chiedo;  “E’ proibito uccidere le balene da qualche anno” mi dice, “ma queste ossa sono di una balena che abbiamo trovato morta su una spiaggia l’anno scorso”… Speriamo sia vero. I pezzi che scolpisce, sia su osso che in legno, sono riproduzioni soprattutto di delfini e balene, ma mi dice che suo padre scolpiva solo Tiki, riproduzioni grottesche delle antiche divinità polinesiane, ma ora pare che i “turisti” gradiscano di più i soggetti “marini”. Mi fa vedere anche degli ami fatti in osso, sono simili a quelli che parecchi di loro usano ancora per pescare, ma i suoi sono arricchiti da decorazioni, ne prendo qualcuno, chissà mai che possano servire… per qualche “concorso Trout”.
Sabato mattina, il giorno della partenza, salutiamo i nostri ospiti, lei neozelandese e lui tedesco, che ci incaricano di alcune commissioni da fare a Nuku’alofa e ad Auckland, destinazione successiva.


l’addio

Arriva ancora Matiu a prenderci, carichiamo le valigie, stiamo per salutare tutti quando i proprietari del resort, tutto il personale, i bambini, il taxista e altri che non avevo mai visto, si mettono tutti insieme davanti a noi ed iniziano a cantare, un canto talmente struggente che mi fa venire subito un nodo alla gola, mi si avvicina Matiu e mi dice che è un canto d’addio e gli rispondo che lo considero di “arrivederci”, probabilmente si accorgono che sono visibilmente commosso e dagli occhi di  un paio di “mami” vedo scendere delle gocce… che sono contagiose.
Ce ne andiamo a malincuore perché se perdiamo l’aereo ci “toccherà”  fermarci fino al martedì, abbracci e baci e finchè la macchina non gira la prima curva li vedo tutti insieme che ci salutano con dei fazzoletti.


[NOTE]
Questo report l’avevo scritto parecchio tempo fa, rileggendolo ho aggiustato qualcosa, ma poi ho lasciato stare, altrimenti come per gli altri, rischiava di diventare un file nascosto nei meandri dell’hard disk.
Questa è stata la mia prima esperienza in quel paradiso che è Tonga, e forse ora riuscite a capire un po’ di più il perché me ne sono innamorato.
Ancora adesso ogni volta che vedo la cicatrice sulla caviglia, che mi è rimasta, i ricordi si fanno più vivi, mi tornano alla mente i sorrisi della gente dei villaggi, i bambini, la natura incredibile, i fiori, le piantagioni di vaniglia, la kava, il canto d’addio della partenza… e mi luccicano gli occhi , sarà perché sto troppo davanti al computer ?

Ma per non farmi prendere troppo dai rimpianti e dalla nostalgia, a Tonga ci sono tornato ancora altre volte e sto già preparando l’itinerario per la prossima volta…

2001 – Natonga / Kilisimasi in tongano